Domani è un altro forno....

Domani è un altro forno....

Sono Alessandra Petterini e ho 34 anni, in realtà quasi 35 (questo è quello che scrivevo 2 anni fa),
ma dire trentaquattro tira su il morAle....
Da sette anni ho una diagnosi di Sclerosi Multipla, e da pochi mesi una di Sclerosi sistemica chiamata anche Sclerodermia. Direte: cavolo che sfiga però!!! Beh, in effetti, non è proprio quella che si può definire una cartella clinica di sana e robusta costituzione. Anzi diciamo pure che per poterla portare, materialmente, ogni volta in ospedale fatico sette camice data la sua mole.

Vi confido che quando quel giorno mi hanno comunicato, con una certa freddezza, quella diagnosi, anch’io mi son detta che proprio fortunata non ero.
Eh no, perché ho provato ad accettarla, ma in realtà non l'ho mai fatto fino in fondo, ci convivo, litighiamo spesso io e lei, anzi, io e loro. E’ una sfida continua, una partita senza arbitro e senza esclusione di colpi. Per molto tempo chi ha portato casa la vittoria, seppur con un gol al novantesimo minuto, non sono stata, di certo, io. La mia immagine esteriore era sempre la stessa, al lavoro come con il resto delle persone che incontravo e non sapevano. Un sorriso costruito e finto, la ricerca estenuante di una perfezione esteriore. Si, perché non sapevo quanto potesse in realtà durare, e forse questo è stato il primo degli aspetti di questa malattia che mi ha colpito. Vi sembrerà stupido, ma sono sempre stata una perfezionista e se c'era una cosa che mi mandava fuori di testa era proprio perdere quel tipo di controllo. Questa era la malattia migliore per mettere a soqquadro ogni regola. A volte mi dico che ne avevo proprio un gran bisogno.

Il dottore al momento della diagnosi mi disse queste parole: questa malattia può avanzare o bloccarsi ma non la può controllare Signora!!!!
Ho toccato il fondo in quegli anni. Non con un dito, e nemmeno con tutta la mano. In quel fondo ci sono sprofondata con tutta me stessa. Non sapevo davvero dove stessi andando, sopravvivevo e cercavo di farlo con tutte le forze che mi rimanevano ma vivere no, vivere è altra cosa. Anni bui, di un buio profondo. Non abbracciavo più mio figlio per paura che mi potesse cadere dalle braccia, inciampavo spesso e lo imputavo alla malattia, quando in realtà sono semplicemente imbranata o distratta.

Poi è subentrata anche la diplopia. A quel punto ne vedevo due figli. E due colleghi, un mucchio doppio di fatture da registrare, due mariti e due mastodontiche cartelle cliniche che continuavo a portarmi avanti e indientro con grande fatica, sia fisica che morale.
Ho sempre avuto una grandissima forza fisica e interiore, non mi ero mai fermata di fronte a nulla e nessuno, non potevo mollare in quel momento. No, non potevo proprio permettermelo! Quando si tocca il fondo, c’è solo una soluzione, scavare ancora di più. Laggiù, sepolta tra le macerie di un futuro sgretolato, c’era la mia grande, grandissima, voglia di tornare a vivere. Non ho mai sentito così forte il desiderio di riprendere in mano la mia vita, di traghettarla ad ogni costo verso la felicità. Ero stanca di subire e di chiudermi in difesa. Per quanto assurdo potesse sembrare volevo tornare ad attaccare, a fare il mio gioco, volevo correre verso quella dannata porta e segnare anch’io un goal. Fosse soltanto per far capire ai mie avversari che non l’avrebbero avuta vinta così facilmente. Nelle lunghe notti insonni mi guardavo intorno, seduta sul divano, con mille pensieri e tantissimi dolori fisici. Le mie già piccole gambe avevano i nervi così contratti che a volte avevo la sensazione si stessero ulteriormente accorciando sotto i miei stessi occhi. Il dolore correva veloce lungo tutto il corpo, arrivava alla testa, e quando colpiva lì ero sopraffatta dalle nevralgie, dallo smarrimento, dalle nausee dovute alle terapie. Io quella Felicità dovevo trovarla, la mia vita non poteva essere finita. Non così, senza combattere. Al diavolo il risultato, chi se ne frega se alla fine vinceranno loro, tu scava Ale. E corri, corri verso la loro porta. Non hai nulla da perdere!

Mi dovevo rialzare e solo io potevo farlo. Dovevo solo far scattare quella molla che si era perduta chissà dove. Scava Ale, scava. Trovala!
Una di quelle notti insonni. Guardandomi intorno come sempre, mi ritrovo a fissare la cucina. E’ un attimo. Socchiudo gli occhi e mi tornano in mente profumi, sapori, ricordi d'infanzia trascorsi con mia madre e le mie nonne a chiudere cappelletti intorno al grande tavolo. E sento che la mia cucina mi abbraccia così forte da farmi quasi male, mi chiama, mi avvolge, mi sussurra che non sono sola. C’è lei con me. Fino ad allora per me le ricette erano state quelle mediche, piccoli fogli bianchi e rossi riempiti di nomi poco rassicuranti. Mi alzai dal divano ed entrai in cucina. Sul tavolo una decina di quei brutti fogli bianchi e rossi. Uno era intonso. Doveva essere capitato per sbaglio lì in mezzo, strappato probabilmente dal blocco per fretta o distrazione. Per sbaglio come capitano certe malattie. Per sbaglio, come capita a volte di arrendersi troppo in fretta. Rabbia, felicità, euforia e disperazione. Tutto si muove dentro di me senza controllo. Afferro una penna poco distante e prima che possa rendermi razionalmente conto di cosa stia succedendo quel foglio non è più bianco, lindo, illibato, intonso. NO, su quel rettangolo di carta ora c’è la ricetta della mia Felicità, quella di cui ognuno di noi ha diritto. Questa è l’unica cura che può salvarmi. Ecco il pensiero che attraversò il mio cervello mentre leggevo quanto avevo appena scritto di getto. La cucina era la mia cura, nessun dubbio a riguardo. Su quel piccolo foglio bianco e rosso la frase che era riuscita a far tornare un sorriso che mancava ormai da troppo tempo sul mio viso:

Foto by Vanessa Illi

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