Nuova vita da cuoca dopo la diagnosi di sclerosi: "La cucina è la mia cura"

Nuova vita da cuoca dopo la diagnosi di sclerosi: "La cucina è la mia cura"

La storia di Alessandra Petterini, che oggi collabora con chef stellati in giro per l'Italia e gestisce un blog di cucina dove posta ricette "della felicità" che parlano della sua vita. Perché "domani è un altro forno"

ROMA - Ci sono piatti che migliorano la salute. Altri conquistano i cuori. Ma alcuni aiutano a cambiare vita, trasformano un sogno in realtà e "curano". Sono le "ricette della felicità" di Alessandra Petterini, food blogger e un'attività di cuoca a domicilio ancora tutta da attivare, tra i mille impegni di ogni giorno. Un vulcano di simpatia e creatività, fame di vivere e un amore per la cucina da sempre, diventata una nuova professione quando è arrivata una doppia diagnosi di sclerosi multipla e sclerosi sistemica. "La malattia migliore per mettere a soqquadro ogni regola", spiega. "A volte mi dico che ne avevo proprio un gran bisogno". Ma non è stato facile: una famiglia, un figlio piccolo, il lavoro: tutto salta in aria ma, dopo un lungo periodo difficile, la malattia si trasforma in una nuova occasione. Nasce così "Domani è un'altro forno", blog di cucina dove si racconta apertamente e una collaborazione con chef stellati che la porta in giro per l'Italia. Il prossimo sarà Mauro Uliassi.

Come era la tua vita prima della diagnosi?
Era la vita di una donna di 27 anni, vulcano da sempre, sposata da meno di due anni con un figlio di otto mesi e tanti tantissimi sogni, come se l'orizzonte dei sogni fosse infinito, come se non ci fosse una lista, ma un mare infinito. La famiglia appena costruita, il sogno realizzato di avere un figlio e poi la notizia di non poterne avere altri, io che da figlia unica “protestante” mi ero sempre ripromessa di volerne almeno due. Ma il dottore dice: signora deve iniziare subito l'interferone ad alto dosaggio e quindi non pensi di avere altri figli.

E il lavoro?
Impiegata contabile. Un lavoro basato sulla perfetta messa a fuoco dei numeri nello schermo del pc. I primi ad essere colpiti sono stati proprio loro. Poi è arrivata la tanto amata diplopia!! Amata perché così, per mettere a fuoco un numero, dovevo avvicinare e allontanare il viso al video, strizzare le palpebre, sperando di riaprire gli occhi e cogliere per almeno un secondo la forma del numero e intercettarlo. Una gara continua! Poi il torpore a parte della mano: scrivevo sulla tastiera e perdevo alcune lettere, visto che non avevo decisamente un ottimo collegamento diretto “input azione-enecefalo-azione”.

Qual è stato il momento più difficile?
E' stato tutto travolgente e inaspettato. Ricoverata d'urgenza, il bambino che ancora allattavo e dal quale non mi ero mai allontanata, una malattia che non conoscevo, il distacco dalla realtà e un orizzonte nero ben delineato. L'ho presa male, molto male. Il senso di colpa nei confronti di mio figlio mi devastava. Ogni sera, quando era accanto a me nella culla, gli chiedevo scusa per un futuro segnato da una madre malata. Poi l'autoinformazione sulla malattia con ricerche multiple sul web: le descrizioni con parole così fredde e incisive mi mettevano a terra. Intanto la vita continuava, con tutte le varie ed eventuali di ogni giorno, che fino a quel momento avevo ben gestito. Ma dopo quella diagnosi il fardello era talmente grande dentro, che ogni cosa era la goccia che faceva traboccare il vaso.

Quando è arrivata la consapevolezza che la malattia poteva essere un'occasione?
Ci è voluto molto tempo, son passati anni dalla diagnosi. Ho sempre creduto che nulla capiti per caso e dalla mia ho la fortuna di essere una persona molto forte, quanto riflessiva e analitica. In molte notti insonni, mentre pensavo alla motivazione di questa malattia arrivata con un dono con tanto di fiocco, osservavo i battiscopa che per la prima volta non avevo passato per togliere la polvere: mi sono accorta di una rigidità portata all'ennesima potenza! Tutto doveva filare come dicevo io, dal mio aspetto esteriore, alla casa, al lavoro... ero racchiusa in uno schema senza senso. Un giorno la ragazza che veniva ad aiutarmi nelle pulizie mi dice: Alessandra entro dentro casa tua ed è tutto già pulito, tutto in ordine. Non ho neanche lo stimolo per mettermi a lavoro! E così, visto che tendo spesso a giocare con le mie paure, ho imparato a lasciare in disordine: non ho più tolto la polvere ogni giorno, uscivo senza truccarmi, mi legavo i capelli senza l'aiuto del pettine. Ho imparato a non essere sempre nei miei modelli di “perfezione”. La Sclerosi Multipla è una malattia ingestibile, può portarmi a non deambulare bene e dovrò utilizzare qualche aiuto: nella mia mente non c'era la possibilità di vedermi in carrozzina. Ma poi comprendi che la perfezione non esiste e ricercarla è solo un modo per farsi male.

Perché hai deciso di rendere pubblica la tua storia?
Perché ho trascorso anni in una sofferenza fisica e mentale atroce, perché in quel periodo sono riuscita a guardarmi meglio dentro e intorno, perché toccando il fondo più nero mi sono rialzata con la mia forza a testa alta, perché ho capito da quei momenti che volgere lo sguardo da un lato rispetto all'altro cambia la vita e può renderti felice o farti cadere in un baratro. Ho parlato con tante persone che hanno la mia stessa malattia e spesso ho sentito in loro la forte voglia di caderci in quel baratro, annientate dalle poche forze e da uno sguardo diretto nella parte sbagliata. Quello che vorrei con questo blog è dire che se ne può uscire con il sorriso sul viso: carrozzina, diplopia, dolori fisici e mentali atroci, problemi di linguaggio a parte, la vita non finisce, come non si fermano i sogni. Magari per raggiungerli ci sarà un percorso un po' più in salita, ma centrare l'obiettivo sarà ancora più bello. L'essenza della vita credo non sia nel vivere un percorso in pianura, ma nel riuscire ad essere felici di ogni piccola piccolissima vetta raggiunta.

Ora la cucina è diventato il tuo lavoro, hai cambiato vita, viaggi spesso...
Si, per tanti anni mi sono sentita dire che avrei dovuto cambiar lavoro, che la mia cucina era speciale, fatta con il cuore. Ma non ci ho mai pensato seriamente. Poi la voglia di mettermi in discussione ha avuto la meglio. Partecipando ad un programma online, SocialKitchen.it, ho conosciuto lo chef ideatore Antonio Marchello e ho capito che la cucina era davvero quello che avrei voluto intraprendere. Ma una “cucina diversa” nella quale si collegano ricette a momenti di vita.

E da qui è arrivata anche l'occasione di un impegno in un cucina stellata, a Milano…
E' stata un'esperienza davvero straordinaria tra difficoltà, stanchezza, felicità e adrenalina, come vivere in un sogno. Il confronto con dei professionisti mi onora, cerco di raccogliere quanti più insegnamenti dalle parole, dalla manualità e dalle tecniche che poi metto nel mio bagaglio di fame di imparare. Viaggio molto spesso, ormai ci rido su, quando mi dicono che guardando il mio profilo o la pagina facebook di “Domani è un altro forno” non riescono a starmi dietro. Le mie valigie son sempre semipronte o semidisfatte. A 35 anni mi sento come una bambina curiosa che ha voglia di imparare tanto.

Domanda d'obbligo: il tuo piatto preferito?
A me piace tutto, proprio tutto, ma dovendo scegliere ammetto che ho un debole per i piatti di pesce poco elaborati dai quali si riesce ancora a sentire il profumo del mare...mi permettono di viaggiarci dentro.

Progetti futuri?
Vorrei raccogliere le ricette del blog e la mia storia in libro, un libro speciale. Magari qualche editore accoglierà la mia pazza idea! Non sono ancora due mesi che il bog è online e sono stata travolta da mille opportunità, sto valutando molte proposte. Sono così, non fermo mai le idee, che continuano a far capolino nella mia testa. A volte non dormo neanche la notte per quante ne ho. E di questo, temo, me ne dovrò fare una ragione! (cch)


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